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23/02/2011
ARDUINO PANICCIA E L'OPINIONE PUBBLICA

Il professor Arduino Paniccia ha gentilmente rilasciato un'intervista a Francesco Bergamo, direttore responsabile dell’Agenzia Informatore Economico-Sociale.

Il Professore ha ricoperto incarichi di altissimo livello nelle aziende del comparto Difesa tra cui il Gruppo Aerospaziale Agusta. È stato responsabile per l’UNIDO del progetto di formazione per i quadri diplomatici e ministeriali in Iraq. È professore universitario in Studi strategici a Trieste e presso Scienze Internazionali e Diplomatiche a Gorizia. È stato molte volte e per lunghi periodi nelle più pericolose aree di crisi del globo per studiare e prestare la sua esperienza in materia. E' un ascoltato esperto di strategia diplomatica e militare nonché commentatore e analista per diverse testate giornalistiche e televisive di temi di geo-politica: è opinionista dei telegiornali e giornali radio della RAI, TG2, La7, SKY. Scrive su riviste e quotidiani nazionali ed europei.

Professore, lo scopo di questa intervista è quello di dare agli studiosi della pubblica opinione la possibilità di studiare la materia da una diversa visuale. Le farò otto domande.


Professore, nel corso della sua vita privata e professionale si è mai posto la domanda da cosa sia regolata l’opinione pubblica?

«Sì, me lo sono spesso chiesto».

Quando per la prima volta ha preso coscienza dell’esistenza della pubblica opinione?

«Appena iniziata la mia attività professionale di manager per un importante azienda di Stato (Agusta). Il mio operato, al vaglio dei vertici governativi, doveva di conseguenza e in certa misura incontrare anche il consenso dell'opinione pubblica, della quale i politici sono di solito i portavoce. Pur non costituendo una preoccupazione prioritaria e condizionante delle mie decisioni, era buona politica tenere d'occhio gli umori dell'opinione pubblica, che nel mio settore era l'espressione dell'opinione dei nostri lavoratori, degli operatori del settore aeronautico e dei giornalisti delle testate di settore».

Professore, il suo approccio al tema in questione è frutto di un percorso di studio oppure è dettato dall’istinto e dall’esperienza personale?

«È dettato da tutti e tre i fattori: esperienza, studio e una buona dose d'istinto. Cogliere i segnali dell'opinione pubblica, ove possibile in anticipo, è frutto certamente di esperienza e di particolare attenzione ai segnali esterni, ma una certa dose di istinto può essere preziosa, complementare a "indovinare" cosa la gente può pensare in relazione ad una certa notizia o evento, anche senza l'ausilio di sondaggi. Basta che questo tipo di istinto abbia generato nel proprio passato intuizioni felici: pretendere di avere un intuito sopraffino in grado di indovinare il pensiero della gente e poi sbagliare clamorosamente ogni previsione, dovrebbe consigliare di lasciare ad altri l'incombenza di capire cosa passa per la testa della gente. Ognuno ha il proprio talento e i propri istinti, se non l'azzecchi mai è evidente che la tua capacità di sintonizzarsi col pensiero dominante è scarsa, meglio lasciarlo fare a chi ha diverse capacità o a professionisti».

Che metodi usa per rilevare la pubblica opinione ?

«Indispensabile la lettura giornaliera di numerose testate di diverso indirizzo e occasionalmente la visione di poche trasmissioni giornalistiche e di approfondimento. Non sempre questi indicatori forniscono un quadro realistico e la loro lettura inattenta può generare errori di valutazione clamorosi. Tuttavia restano un complesso di informazioni e dati che aiutano moltissimo. La sola lettura dei sondaggi e delle statistiche commissionate dai diversi programmi o giornali è preziosissima e non costa nulla. Ma anche l'ascolto, ogni volta che è possibile, delle opinioni altrui costituisce un "mini-sondaggio", un segnale di cosa la gente stia pensando. Se in treno si ascoltano tre persone parlar male di un certo politico piuttosto che di quella automobile, questa deve essere ragione di riflessione. Se in taxi anche il tassista si lamenta degli stessi "prodotti" ecco allora che esiste una opinione pubblica negativa riguardo quei soggetti. Non prestare attenzione anche a questi segnali, ancorché percentualmente irrilevanti, potrebbe essere poco saggio».

Il suo metodo personale per creare un'opinione pubblica a lei favorevole: in cosa consiste e di quali strumenti si avvale?

«Scrivo libri di strategia militare/politica e mantengo una presenza per quanto possibile continua su diverse testate in qualità di articolista opinionista/analista di geo-politica e strategia. Presenzio a diverse trasmissioni TV in qualità di ospite/commentatore. Pur trattando di argomenti che non riguardano la mia persona, la ricaduta in termini di immagine personale è rilevante. Dalla esposizione personale in relazione alla trattazione di temi che personali non sono, deriva un considerevole beneficio in termini di consenso pubblico nei miei confronti con benefici anche sulla mia attività professionale. Pur non avendo come obbiettivo il mio successo mediatico e la creazione di una opinione pubblica a me favorevole, ma semplicemente la passione per la diffusione di argomenti che amo in qualità di docente universitario, è innegabile che da queste attività scaturisce il personale apprezzamento di ascoltatori e lettori nei miei confronti, una ricaduta non cercata, ma certamente benvenuta».

Trova differenza tra la formazione dell'opinione pubblica in Italia e all'estero?

«Sì, all'estero l'opinione pubblica, diversamente in ogni paese, si forma sulla scorta di input da parte dei comunicatori intenzionali o involontari di tipo diverso. A seconda della nazione, l'onda emotiva che genera la critica o il consenso dell'opinione pubblica è di diversa natura. Le valutazioni ed i giudizi dell'opinione pubblica sono basati su parametri morali, etici e di costume diversi rispetto l'Italia. In generale quello che suscita grave scandalo qui può non generare uguale oltraggio altrove, e viceversa. Pur restando gli strumenti della comunicazione identici e le tecniche per influenzare l'opinione pubblica standard, i parametri da considerare sono diversi in Italia e in Scandinavia, in USA e in Giappone. Spin doctors e comunicatori, pur giocando tutti allo stesso gioco, giocano su terreni diversi, ciò che funziona qui non funziona altrove. Un genio della comunicazione inglese potrebbe fallire miseramente nel condizionare l'opinione pubblica italiana. Nella politica italiana in particolare il consenso si costruisce in maniera assai diversa rispetto ad esempio agli USA e la nostra opinione pubblica è stimolata da temi molto diversi».

Influenza di più il giornale, la televisione, la radio, internet o le relazioni e le amicizie con il passaparola?

«Oggi la televisione è il media più seguito e di solito assimilato in maniera acritica. Quindi più influente. Secondo il vecchio luogo comune "lo ha detto la TV" una larga parte dell'opinione pubblica semplicemente acquisisce l'informazione nella convinzione che essa sia inconfutabile perché uscita dallo schermo e espressa da chissà quale divinità che vive nel televisore. I giornali sono secondi a breve distanza, ma sono appannaggio di una utenza che ha potere discriminante, simboleggiato dallo stesso gesto di recarsi all'edicola e tirare fuori di tasca un euro. Ne consegue che questo lettore tendenzialmente forma la propria opinione acquisendo le proprie informazioni da una testata di cui si fida e non da altre, è pertanto piuttosto impermeabile a messaggi tendenti a fargli cambiare idee e preconcetti. Internet è un altro strumento di condizionamento dell'opinione pubblica e garantisce una informazione equilibrata, purché si abbia la volontà ed il tempo di consultare molti siti, con un vastissimo raggio di opinioni, fonti e input. La radio è in evidente declino. Il passaparola è uno strumento obsoleto che richiede molte occasioni di incontro ed interazione, e quindi tempo. Oggi di tempo ne abbiamo tutti poco e quindi parliamo poco con il prossimo».

Nei paesi democratici il governo influenza l'opinione pubblica?

«Nei paesi democratici il governo può gestire poche leve atte ad influenzare l'opinione pubblica. Aldilà di tradizionale comunicazione istituzionale informativa e di moderatissima, prudente ed accorta propaganda filo governativa, nulla può essere fatto senza sollevare la reazione o addirittura l'indignazione di altre forze con accesso ai medesimi strumenti comunicativi. La gestione dei media non è esclusiva dei governi democratici e la critica al potere è uno dei fondamenti della democrazia. Non può quindi esistere per definizione un governo democratico che influenzi l'opinione pubblica, se non in maniera soft, limitata, solo su temi specifici ed evitando cautamente la propaganda auto referenziale. In definitiva un governo democratico è impossibilitato a fare propaganda a se stesso o a qualunque altra cosa semplicemente perché l'"ambiente democrazia" impedisce allo stesso di produrre messaggi unilaterali e perché al suo stesso interno sorgerebbero voci contrarie alla diffusione di messaggi e segnali non sottoposti a lungo interminabile dibattito interno e al giudizio delle strutture della democrazia (pareri delle Camere, delle Commissioni, delle sotto-commissioni, dell'Avvocatura di Stato, della magistratura, di tutti i ministri e sottosegretari interessati, ecc ecc., fino alla impossibilità di generare un messaggio univoco e ben mirato a condizionare il pensiero del presunto destinatario, che oltretutto, se non ha votato per quella particolare coalizione di governo, a quel messaggio è già ostile)».

Professore, grazie.

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