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25/01/2010
LA BLUE LINE TRACCIATA DA GRAZIANO

Libano, Naqoura- Tra pochi giorni ci sarà il cambio del comandante della missione Unifil nel Libano del Sud. Il carismatico generale italiano Claudio Graziano lascerà il posto al generale spagnolo Alberto Asarta Cuevas. Posto delicato, quello ricoperto dal generale Graziano, in quanto responsabile della missione di sicurezza sulla Blue Line, la linea armistiziale che divide il Libano da Israele.

La Blue Line è stata marcata per circa il 50% del territorio. Il primo anno di lavoro è stato speso in discussioni su come fare le misurazioni e le marcature. Poi, però il lavoro è andato avanti bene. Il processo è comunque abbastanza complesso, perché prima bisogna stabilire dove mettere il marker (segno di demarcazione rappresentato da una linea blu geo-referenziata o da una base di cemento con un palo conficcato), dopo si fanno le misurazioni, poi bisogna pulire la zona dalle mine e installare i marker e confrontare. Posizionare la Blu Line è di competenza esclusivamente di Unifil. Il fatto che venga fatto con le due parti in causa è per creare una confidenza tra di loro per far sì che un giorno ci sia la veloce trasformazione in confine.

Ecco l'intervista concessaci dal generale Claudio Graziano nella base di Naqoura.


Generale, Lei dal 2007 è alla guida della missione Unifil 2 e la situazione in Libano è cambiata. Che idea si è fatto?

 

Generale Claudio Graziano
Generale Claudio Graziano

«L'Unifil è presente qui dal 1978, diciamo che dal 2006 c'è Unifil “allargata”, quella che qualche volta noi chiamiamo non correttamente Unifil2, perché è cambiato il mandato, è cambiata la forza e la struttura della missione. Il Libano è cambiato moltissimo. I cambiamenti sono stati enormi non solo per la ricostruzione delle case o la rimozione delle cluster bombs, ma soprattutto per il fatto che, fino al 2006, l’esercito libanese era rimasto ai margini del Sud del Libano e quest’area non era sotto la sovranità nazionale. Dove prima c’erano le milizie adesso c’è la legalità. Adesso ci sono le forze libanesi che stanno assumendo il controllo. Un altro cambiamento importante è stato la mantenuta cessazione delle ostilità tra il Libano e Israele. Adesso si sta profilando la possibilità di muovere dalla cessazione delle ostilità al cessate il fuoco. Dunque sono cambiamenti importanti che devono essere consolidati».

 Nel Sud del Libano ci sono ancora 13.000 uomini, carri armati e navi al largo delle coste. Quali sono i problemi ancora irrisolti?

«È una questione di stabilizzazione. In questo momento noi stiamo conducendo una revisione delle forze, che si fa regolarmente ogni due o tre anni, quindi le forze vengono rivalutate sulla base delle esigenze. Le forze dispiegate nel prossimo futuro saranno più o meno quelle che ci sono adesso. È stata una richiesta che ci ha formulato Israele e anche il Libano. Deriva dal fatto che il primo problema è che i notevolissimi cambiamenti che sono avvenuti sul terreno nella fiducia reciproca non sono confermati nella situazione diplomatica e nella situazione dello stato di guerra: pur avendo cessato le ostilità, Israele e Libano sono ancora in guerra. Solo dopo il passaggio successivo, ovvero con il cessate il fuoco, può cominciare il processo di pace. Il rischio è che le parti si adagino sull'Unifil tutto sommato efficiente e non facciano il passaggio che devono fare per andare alla vera stabilizzazione».

A fine gennaio il generale spagnolo Alberto Asarta Cuevas la sostituirà al comando di Unifil. Qual è il primo consiglio che si sentirà di dargli?

Generale Claudio Graziano
Generale Claudio Graziano

«Sicuramente quello di essere fermo, equidistante e corretto con le parti. E anche quello di non avere rapporti con i partiti politici ma solo con le istituzioni. Questo perché il comandante di Unifil per propria natura è equidistante e deve solo pensare alla sicurezza. Io parlo tutti i giorni con le istituzioni. Il sindaco è un'istituzione, il capo del governo anche, ma il capo di un partito no».

Le sembra prossimo il giorno di un possibile ritiro dell’Unifil dal Paese?

«No, anche perché sono le parti che continuano a dire che c’è bisogno della nostra presenza per garantire la sicurezza e la stabilizzazione. Ci sono poi ancora tante armi nel Libano e ci sono ancora i campi dei palestinesi che continuano ad essere un problema, con terroristi e povertà. Tutto questo chiede che l'Unifil rimanga ancora».

Saad Hariri ha la fiducia del parlamento per il governo di unità nazionale. È di buon auspicio per la pace in Libano?

«Qualsiasi elemento che pone stabilità è positivo. Mi sembra che sia un governo che abbia un periodo lungo davanti a sé, ora avendo noi operato spesso in una situazione di vacuum politico importante. Adesso c’è finalmente un presidente, un parlamento, un governo, un capo delle Forze Armate tutti abbastanza giovani e quindi ritengo che sia una situazione finalmente buona. Ci sono gli elementi per procedere positivamente, dopodiché c'è il fatto regionale che è al di sopra delle nostre possibilità».

C’è chi continua a considerare il partito di Dio un’organizzazione terroristica. Lei cosa ne pensa?

«Hezbollah è un elemento complicato. A parte gli Stati Uniti, in Europa c’è soltanto la Gran Bretagna che considera terrorista l’ala militare di Hezbollah. Lo stesso Hezbollah sta molto attento a non compromettere le proprie relazioni con l’Europa. Nessuno riconosce la legalità delle sue armi. Insieme ad Amal, Hazbollah rappresenta nel Sud del Libano la componente sciita. Ora dalla risoluzione Onu 1701 nel Sud del Paese nessuna arma che non sia dell’esercito libanese è considerata legale. Non solo: nei nostri confronti, Hezbollah ha sempre voluto essere cooperativo al massimo. A Nord del Litani, il discorso diventa più complicato. È un discorso politico interno libanese e sia il precedente governo che questo hanno fatto passi per riconoscere la legalità delle armi di Hezbollah, viste non più come un elemento di aggressione ma come un elemento di difesa del Paese. Hezbollah è un problema complesso».

In molti temono l’arrivo di un nuovo “scossone” tra Libano e Israele. L'Unifil cosa farà?

«Unifil ha mantenuto la cessazione delle ostilità. Abbiamo delle riunioni tripartite in cui si incontrano in una sala ufficiali israeliani e ufficiali libanesi e si dialoga di sicurezza, di incidenti, di violazioni. Negli ultimi tre anni sono stati compiuti dei progressi. In questo momento sono state costruite delle reti affinché i contadini libanesi vadano a lavorare la terra di loro proprietà nel territorio Israeliano a Sud della Blue Line. Secondo me si sta costruendo una situazione positiva. Quanto ai rischi per la pace nel Medio Oriente, ci sono e sono ben chiari a tutti. Sono problemi regionali. Mi riferisco per esempio ai lanci di razzi palestinesi in territorio israeliano, che possono scatenare ritorsioni. Eventuali inasprimenti della situazione mediorientali si rifletterebbero anche in quest’area».

La tripartite riunisce le due parti e si incontra periodicamente con la sua mediazione. Con quali modalità?

«I simbolismi e i rituali nel Medio Oriente sono molto importanti, però queste cose sono tra militari. E dopo i primi momenti le cose vanno avanti con più flessibilità. Formalmente le due parti non si parlano. Sono una alla mia destra e una alla mia sinistra. Si parlano attraverso me. C’è chi fa una protesta io la trasmetto, poi però si prendono le mappe e si decide dove mettere le segnalazioni della blue line, ovvero della linea armistiziale che separa i due paesi. Questa linea era una volta rappresentata da due millimetri sulla carta e cinquanta metri nella realtà. Stiamo cercando di dimezzare queste distanze ponendo dei barili blu che segnano la linea, ovviamente con l’accordo delle due parti. Il fatto che riusciamo a metterli è sicuramente un passo avanti importante».

Il contenzioso sembra ci sia ancora, ma un giorno la coesistenza pacifica tra i due paesi arriverà?

«In Medio Oriente le passioni sono forti. Tutti hanno sofferto molto. Gli israeliani si dicono pronti ad affrontare l’argomento, loro il problema è soltanto Hezbollah, il Libano non è un nemico. I libanesi chiedono la cessazione della violazione del loro spazio aereo, la restituzione delle fattorie alle pendici delle alture del Golan e la soluzione del problema palestinese. Detto questo, la pace è un trend che si consolida. Visto che non si può ancora costruire una pace permanente, il nostro obiettivo deve essere quello di costruire una non guerra irreversibile. E attraverso questa si risolveranno i problemi. Del resto in Europa abbiamo impegnato tre mila anni per diventare amici, fino a cinquanta anni fa facevamo sangue da tutte le parti».


Generale, quale è il ricordo più bello che lei porterà del periodo trascorso a capo di Unifil?

«Ho molti più bei ricordi che brutti ricordi, più che brutti, frustranti. I più bei ricordi sono quelli delle negoziazioni, che poi sono sempre notturni. Un bel ricordo è quello dell'israeliano malato di mente che è scappato dalla sua Patria ed è venuto in Libano. Gli israeliani hanno avvisato le forze libanesi che una persona stava scappando. Arrestato e detenuto legalmente dai Libanesi, dopo poche ore è stato liberato. Questo ha fatto capire realmente che le cose sono cambiate».


Generale, grazie.


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