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25/07/2009
PP, L'ULTIMA INTERVISTA

P.P: Pasca Piredda. Una donna straordinaria, è morta sette mesi fa. La sua intensa vita si è conclusa a 92 anni con una patologia tipica degli anziani. Questa che segue è probabilmente l'ultima intervista rilasciata dalla dottoressa Piredda.


L'idea di intervistarla mi venne dopo che la vidi in una trasmissione televisiva. Decisi di conoscerla di persona a qualunque costo. Non potevo permettermi di perdere una persona così straordinaria. La cercai, finché un suo amico mi mise in contatto. Che emozione, conobbi una persona splendida, genuina, solare.

Mi ricevette a casa sua, al Gianicolo, vicino al monumento di Garibaldi, nel pomeriggio di un bel giorno assolato. Era il 25 settembre 2007. Mi ricevette sulla porta. Chissà perché mi aspettavo una persona imbronciata e arrabbiata con la vita. Scoprii ben presto che non era così. Mi fece accomodare, mi mise subito a mio agio. La informai che ero lì per avere un'intervista sulla sua esperienza di addetta stampa della Xmas. Fu l'unica ad esserlo. Un evento storico che non potevo assolutamente perdermi. Gli studiosi non me l'avrebbero perdonato. Poi, dopo l'intervista con le cinque domande, chiesi di fare una seconda intervista a ruota libera sulla sua incredibile vita ed esperienza personale. Accettò con gioia. Dopo la seconda intervista mi offrì un vermut bianco, dicendo che quelli della decima lo bevono tutti i giorni. Mi stroncò le gambe, ma lei aveva una tempra incredibile. Ridemmo e ci raccontammo alcuni aneddoti storici. L'ultima immagine che ho di lei è quella che mi saluta sulla porta di casa e mi ricorda di spedirle delle copie degli articoli e altro materiale cui sono in possesso per l'integrazione del suo secondo libro (in attesa di pubblicazione).

Quanto segue è la trascrizione integrale della registrazione.


Pasca: ...Una volta c'era una riunione molto importante ed era presente la medaglia d'oro Ferraro. Lui parlava...

Domanda: Ferraro era quello che metteva le bombe sotto le navi e lavorava nell'ambasciata in Turchia?

Risposta: Sì. Ferraro è stato amico mio da sempre. Dall'inizio della Xmas fino a quando, molto malato, è morto. Però con Ferraro abbiamo sempre avuto una grande amicizia. Lui raccontava episodi ai quali era andato incontro, ma la cosa più importante, e che mi colpì, fu quando raccontò che in una nave messa in disuso, loro (quelli della decima), avevano aperto un sito dove si poteva entrare, e lì tenevano tutte le bombe e tutto il materiale che erano necessari per sabotare le navi inglesi che passavano. Ciò che mi raccontava era che c'erano 12 marinai, tutti appartenenti alla Xmas, i quali stavano sempre nelle bettole del porto e fingevano di essere ubriachi e si picchiavano tra di loro e facevano un grande chiasso. Infatti, tutti quanti dicevano: “Ah, questi marinai italiani...”. Invece i marinai italiani finito di fare questo chiasso, ritornavano nella loro nave, che era capovolta, rientravano dentro e da sotto ripartivano per fare le missioni. Gli inglesi non sapevano da che parte venissero queste azioni. Pensavano che arrivassero dalla Spagna, invece ce l'avevano sotto casa.


D: Dottoressa, dal punto di vista tecnico, lei che ha svolto la funzione di capo ufficio stampa e propaganda della Xmas, che attrezzature aveva a disposizione? C'era abbondanza di attrezzature o no?

R: Ho avuto dei meravigliosi collaboratori, tra cui Boccasile. Per cui questa copertina che lei vede (mi mostra la copertina del suo libro: “L'Ufficio stampa e Propaganda della X Flottiglia MAS -lo scarabeo editrice bologna) è una copertina di Boccasile. Boccasile era cieco di un occhio, però tutti noi ci meravigliamo e ancora ci chiediamo come abbia fatto questo signore a creare dei cartelloni che ancora adesso sono insuperati, pur essendo cieco di un occhio.


D: Questo è davvero un caso particolare. Poi, ecco, lei riceveva ordini direttamente dal comandante Borghese ed elaborava e redigeva i comunicati o comunque gli articoli che dovevano essere pubblicati nel giornale, o forse ce n'erano diversi di giornali?

R: Inizialmente avevamo “la Cambusa”. E poi dopo abbiamo avuto “L'Orizzonte”. “La Cambusa” è stata chiusa. “L'Orizzonte” venne fatto con una edizione migliore de “la Cambusa”. Questo però suscitò le ire di Mezzasoma [ministro della Cultura Popolare della RSI] perché con l'imperante risparmio della carta non si potevano fare dei giornali con più di due o tre pagine. Mentre “L'Orizzonte” era uscito con ben sette pagine.


D: Allora, praticamente, lei si è ritrovata a svolgere una mansione che già di per sé è molto difficile ma in un contesto di guerra con la comunicazione è un “po'” diversa da quella di pace”, e soprattutto in un contesto di guerra in cui sapevate già di fatto che stavate andando incontro alla sconfitta. Dunque, le difficoltà che lei ha incontrato si sono moltiplicate. Lei doveva tenere alto il morale con la propaganda, usando pochi mezzi e poca carta e soprattutto basandosi sulle informazioni mettendo negli articoli anche delle cose belle e simpatiche. Riceveva anche lettere da pubblicare?

R: No, perché come ufficio stampa avevamo i reportage degli inviati di guerra. Quindi avevamo dei bravi giornalisti inviati di guerra come Genta, Moroni. Vennero poi inviati nei teatri di guerra. Quindi loro mi mandavano gli articoli che facevo pubblicare. Però le voglio dire una cosa: quando uscì “la Cambusa”, i tedeschi pretesero che questo nostro giornale venisse prima censurato da loro. Insomma, ad un certo momento, noi avevamo fatto questa alleanza...il comandante Borghese l'aveva firmata con i tedeschi ma io non sottostavo a quest'ordine. Dissi: “Mi dispiace, noi siamo indipendenti e il giornale esce”.


D: Questo a chi lo disse?

R: Al capo ufficio stampa tedesco Schaeffer. Lui era il capo della propaganda Stafel. Allora dissi: “Senta, il mio giornale non lo censurerete mai. Vogliamo fare una scommessa? Se esco con il giornale domani, lei mi invita a colazione. Se invece non esco, allora la invito io”. Mi misi d'accordo con il tipografo del Giornale del Popolo d'Italia e dissi: “Guarda che qua c'è una scommessa con i tedeschi. Quindi mi dovete aiutare: questo giornale domani mattina deve uscire. Lui mi rispose: “Ma come faccio con questi tedeschi che sono sempre pronti?” Io risposi: “Non importa, io arriverò e porterò della birra e la mescoleremo con un liquore. Loro berranno e avranno la testa pesante”. E così fu. Quando si furono appisolati, questo simpaticissimo tipografo, andava in stampa. Freschi freschi c'erano dieci marinai che mi stavano vicino e prendevano ancora caldi caldi questi giornali e li distribuivano.


D: La distribuzione, come avveniva? Attraverso mezzi militari o usavate posta o altro?

R: Era un sistema casereccio. Usavamo questi marinai e ad ogni edicola si lasciava un pacco di giornali.


D: Avevate una rete militare, non vi appoggiavate ad una rete di distribuzione o ai civili?

R: No, no. I tedeschi li sequestravano. Ma noi agivamo immediatamente. I tedeschi volevano sequestrarceli ma non ci riuscirono, perché c'erano questi marinai che partivano subito.


D: Avete mai fatto uso della radio come propaganda?

R: Certo, certo. C'era la radio che trasmetteva per il Sud. E c'era la radio del Sud che trasmetteva contro il Nord. Questa radio aveva un nome particolare ed era di Spampanato che aveva concepito queste trasmissioni, trasmettendole al Sud.


D: Avevate l'appoggio della radio, allora?

R: Certo e poi facevamo le canzoni nostre: l'inno san Marco e altre.


D: Usavate temi di politica molto diretti verso la popolazione?

R: No, non per radio. Perché era molto difficile il rapporto tra governo e Xmas in quel periodo. E quindi c'erano tante trasmissioni che cercavano di ostacolare l'attività della Xmas.


D: Il governo inteso come...

R: La Repubblica Sociale: Mussolini, Pavolini...Renato Ricci.


D: Come mai non apprezzavano l'operato della Xmas?

R: Quando Graziani pose l'edito per l'arruolamento, la classe 1925 dovette arruolarsi, quindi o andare nella Guardia Repubblicana o da Renato Ricci. Invece tutti volevano arruolarsi nella Xmas. Perché la Decima aveva un fascino particolare. Per l'eroe stupendo di Valerio Borghese e gli altri incredibili, come Scardamaglia. Ecco perché tutti volevano arruolarsi nella Decima. Al che ci fu...


D: Si erano create delle invidie?

R: Tanto è vero che ad un certo momento Borghese venne anche arrestato. Venne arrestato proprio nella segreteria di Mussolini. Questo episodio lo racconto molto bene nel libro che ho scritto. Poi venne il comandante Grossi da Bordeaux, si precipitò proprio per liberare Borghese. Da lì Borghese cercò di essere meno possessivo e lasciò che un certo contingente passasse alla Guardia Repubblicana.


D: Ho capito. Praticamente la propaganda che lei faceva funzionava anche troppo bene.

R: [Ride] Anche troppo bene! Perché nel mio libro, vede, ci sono dei manifesti [mostra le pagine con dei manifesti]: la mattina, verso le sei, una squadra di ragazzi usciva con il pennello e li attaccava su tutti i muri, anche nelle chiese. Quindi la gente quando usciva si trovava Milano tappezzata dai manifesti della propaganda della Decima.


D: Quindi lei ha avuto la possibilità di analizzare da un osservatorio privilegiato tutta la propaganda e la comunicazione che venne fatta allora. Questo tipo di propaganda e comunicazione che lei faceva, come veniva recepita dalla Chiesa?

R: Noi veramente con la Chiesa non abbiamo avuto problemi, perché c'era l'arcivescovo di Milano che era favorevole alla Repubblica Sociale Italiana, tanto è vero che fece un grande lavoro anche con Mussolini, perché voleva un'intesa tra i partigiani, il Comitato di Liberazione Alta Italia e Mussolini. Comunque Mussolini non si capisce bene il perché ad un certo momento non volle accettare questa mediazione del cardinale. Se ne andò nel palazzo della Provincia e lì tenne un discorso (io c'ero con il comandante Borghese) e decise di fare la ritirata in Valtellina. C'era Borghese che gli disse: “Non partite”, Bersani che l'afferrò anche per un braccio e disse: “Duce non partite, non partire, vi difenderemo noi”. E il duce disse: “Ah, Bersani, Bersani...” e con queste parole se ne andò verso il suo destino.


D: Lei ovviamente ha avuto dei rapporti diretti come comunicatrice con Mussolini.

R: Sì, una volta era a Monaco e tornò molto eccitato e anche convinto che ci sarebbe stata la vittoria. Perché Hitler gli aveva fatto vedere i V1, V2...e non era ancora la bomba atomica, ma pensavano che questi missili avrebbero costretto i nemici alla resa. Quindi Mussolini si riunì assieme a tanti altri giovani. Noi fummo da lui e gli facemmo delle domande, uno di noi (un certo Stefano) gli chiese: “Duce, a noi sembra che la guerra sia ormai persa. Cosa ci può dire i merito?” E lui, da dietro la sua scrivania, si alzò e disse: “Voi vedete questo pugno? Ebbene, io la vittoria ce l'ho in questo pugno!” Che illuso.


D: Beh, bisognerebbe vedere bene tutti i risvolti che c'erano sotto.

R: Sì, è vero, bisognerebbe vedere i risvolti perché questi missili hanno fatto tanto tanto male, però non erano risolutivi. Invece sarebbe stata risolutiva, ma anche molto tragica, la famosa bomba atomica. Questa era quasi quasi pronta. Anzi, se ti interessa, si può cercare lo scopritore della bomba atomica che fu rapito dai Russi. Sì, fu rapito dai Russi.


D: Era un italiano?

R: Sì era un italiano. Dovrei cercare questo articolo che ho letto.


D: Secondo lei, dottoressa, il miglior giornale che girava allora, quale era e perché?

R: Del periodo fascista?


D: Sì.

R: C'erano diversi giornali del periodo fascista.


D: I libri di storia hanno sempre detto che durante il Ventennio venivano censurati gli articoli che non erano ritenuti opportuni.

R: Ed è vero.


D: Però, esiste una scuola di pensiero che dice che la censura in sé, se fatta in determinati momenti storici, serve più a proteggere che non a nascondere. Nel senso che è inutile creare ansie al popolo che non è assolutamente in grado di capire tutti i risvolti politici del momento, ecco perché interviene la censura. Secondo lei questo è giusto o sbagliato?

R: Oddio, la censura durante la RSI era bella rigida, però c'era anche quella di Farinacci, di Cremona. Farinacci aveva un grande dissidio con Mussolini. Perché voleva diventare lui il Duce, invece poi lo diventò Mussolini. Questa lite tra i due è rimasta sempre latente. Molti articoli contro Mussolini, Farinacci li scriveva nel suo giornale.


D: Lei sa che attraverso la lettura dei giornali si possono avere delle informazioni di tipo riservato e segreto? Cioè esiste una tecnica che leggendo attentamente i giornali si può avere accesso a determinate informazioni che un occhio attento e allenato è in grado di organizzare e avere accesso ad informazioni particolari.

R: Questo è il vostro mestiere. Io non ci arrivo.


D: Volevo sapere se lei come capo ufficio stampa della Decima Mas si fosse mai posta il problema di far attenzione, oltre ad una certa maniera e anche dal punto di vista empirico, di fare in modo che eventuali nemici, che sicuramente leggevano i giornali, non avessero accesso ad informazioni delicate per la sicurezza.

R: No, a questa finezza io non ci sono arrivata. Io ero ruspante. Ero una giornalista ruspante. Solo sentimento e passione e questo mi coinvolgeva completamente. Questo mi faceva diventare anche cieca verso altri argomenti. Io ero proprio una partigiana.


D: Quante ore dedicava al suo lavoro nell'arco di una giornata?

R: Tante, tante. Tante, perché cominciavamo a lavorare alle nove e molte volte finivamo verso le undici, undici e mezza di sera. Con un intervallo breve per la mensa. Questa mensa era uguale per tutti, perché il comandante Borghese subito dopo l'8 settembre disse: “Vestiti uguali e mensa uguale. Soltanto i gradi possono distinguere un marinaio da un ufficiale”. E quindi io ero l'unica donna alla mensa, perché ancora non c'erano stati gli arruolamenti femminili, e mangiavo con questi ufficiali. Durante il pranzo c'erano parecchie discussioni e io le seguivo. Poi, se erano interessanti, ne facevo qualche piccolo articolo che pubblicavo ne “la Cambusa” e in altri giornaletti.


D: Gli articoli e i comunicati che lei scriveva, poi venivano siglati dal comandante Borghese?

R: Sì, li sottoponevo al comandante Borghese che aveva la completa fiducia in me. Quindi li leggeva e metteva una firma.

D: Ed era a posto così!

R: Il comandante Borghese, mi ha sempre difeso, perché era una fiducia ben riposta, anche quando molti altri mi hanno dato l'assalto per degli articoli che non andavano bene, il Comandante chiedeva scusa per me, ma non mi ha mai messo in mezzo. Interessante, vero?

D: Sì, perché non è facile per un addetto stampa avere la totale fiducia del suo superiore.

R: Lui ce l'aveva. Però è stata una fiducia ben disposta, perché io l'ho seguito fino all'ultimo, il comandante Borghese, l'ho accompagnato fin quando c'è stato il grande funerale e la sua salma è stata portata a Roma.

D: Finito il periodo bellico, lei ha continuato la sua professione di addetta stampa?

R: Finito il periodo bellico io ho avuto un processo. Questo processo è stato il secondo che si è tenuto a Milano, il primo per un certo Roatta delle Brigate Nere e il secondo è stato il mio. Processata per aver collaborato con il nemico. Però questo processo è andato bene, perché sono stata assolta per insufficienza di prove. Comunque mi sono fatta due mesi di carcere a San Vittore. Poi sarei dovuta andare al confino a Taranto, dove c'erano tanti altri della RSI, ma dei miei parenti avevano organizzato un rapimento. Mentre stavamo in treno, accompagnata da due carabinieri, che mi dovevano portare al campo di concentramento, ad un certo momento mi dissero: “Scenda, scenda.” E io mi sentii morire: “Oh Dio! E adesso dove mi portano”. Invece in una stazioncina di Civitavecchia trovai mio cognato [Francesco Pintore], antifascista, medico, che non poteva esercitare la professione perché non aveva la tessera del partito, il quale senza dirmi niente disse: “Adesso ritorniamo a casa”. Però non con una nave di linea, perché ero una clandestina ed ero stata sottratta, ma in un peschereccio che faceva servizio da Civitavecchia ad Olbia. Era un trabiccolo terribile. Io mi sentivo male, ero debole dopo due mesi di prigione e il processo. Però mio cognato era tremendo, mi diceva: “Rigetta, rigetta, così cacci via tutto il male che hai dentro”. Però, questa è una cosa che ti voglio raccontare, perché in ogni tragedia c'è sempre il lato comico. Arriviamo a Nuoro, nella bella casa della zia Annarosa, un bel pranzo per questo ritorno, e mia zia che fa? Mi dice: “Figlia mia, speriamo che ti sia mantenuta pura” [ride].

D: Praticamente, dopo aver fatto la guerra, lei non ha più continuato con il suo lavoro?

R: No, no, no. Ormai non c'era più niente.

D: Magari in qualche azienda privata?

R: No, no, però ho iniziato per conto mio a scrivere degli articoli che facevo anche pubblicare e poi piano piano ho continuato sempre a scrivere.

D: Ha sempre scritto per i giornali?

R: No, soprattutto mi sono data molto da fare per questo libro (L'Ufficio Stampa e Propaganda della X Flottiglia MAS), prima per questo e poi per quest'altro che farò pubblicare presto. E poi basta, ora io sto facendo un lavoro “stupido” ma che mi dà soddisfazione ed è una raccolta di articoli. È interessante, interessante. Vediamo e poi non ti disturbo più [me li fece vedere alla fine dell'intervista. N.d.R.].

D: In che cosa è laureata?

R: Io mi sono laureata in Scienze politiche, poi quando Mezzasoma mi volle nella sua segreteria mi disse: “Senti Pasca, noi abbiamo bisogno di personale da mandare nelle colonie. Quindi a Napoli c'è una facoltà di Scienze coloniali. Frequentala. Che così poi possiamo aiutare a formare delle persone che manderemo in Africa Orientale”. Così andai a Napoli e frequentai le lezioni al mattino. Mi divertii tanto, perché c'erano dei professori stranissimi che io “ricattavo” [lo dice ridendo] per avere buoni voti. Una volta trovai il professore di arabo che si sbaciucchiava in una locandina, alla periferia di Napoli, lungo il porto, con una bella signora grassa grassa. Io me lo guardai e poi l'indomani quando doveva darmi il voto dissi: “Professore, se non mi mette 110 lo dico a tutti” [ride di gusto].

D: Le è andata bene, dunque.

R: Sì, perché ci mettevo un po' di humor.

Grazie, dottoressa.


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