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25/10/2008
ALBERTO FORTIS E L’OPINIONE PUBBLICA

Il cantante Alberto Fortis ha gentilmente rilasciato la seguente intervista a Francesco Bergamo, direttore responsabile dell’Agenzia Informatore Economico-Sociale.

Alberto Fortis, classe 1955, ha iniziato la sua attività artistica a tredici anni. A sedici è stato ospite a Rai2. Ha conseguito la maturità classica e si è iscritto a medicina. Ha pubblicato quattordici album, ha ottenuto un disco di platino e due d'oro. Personalità eclettica e artisticamente vivace: ha scritto due libri di poesie e ha diretto i suoi video e una sceneggiatura cinematografica.

Signor Fortis, lo scopo di questa intervista è quello di dare agli studiosi della pubblica opinione la possibilità di studiare la materia da una diversa visuale. Le farò cinque domande.

Signore, nel corso della sua vita privata e professionale si è mai posto la domanda da che cosa sia regolata l’opinione pubblica?

«Certamente, a livello più incosciente all'inizio del percorso della vita e successivamente all'inizio della mia professione e più cosciente dopo. Facendo il mio lavoro, che ha un'esposizione pubblica, tenendo molto a quello che faccio, dovendo passare attraverso dei filtri mediatici che molte volte, si sa, distorcono in qualche modo quello che viene detto in origine, sto sempre molto attento a vedere come viene recepito quello che una persona dice. La mia è una visione piuttosto disincantata dell'opinione pubblica: credo che ci sia una manipolazione molto forte effettuata da alcuni centri nevralgici di chi tira le file mediatiche e che in qualche modo risponde, a mio parere, nemmeno più a dei vertici politici, ma a vertici che sono ancora sopra quelli politici e che forse oramai non sono più così occulti come pensano di essere.»

Quando, per la prima volta, ha preso coscienza dell’esistenza della pubblica opinione?

«Dunque, questo l'ho fatto in concomitanza con il mio inizio professionale, forse anche ingenuamente, quando si ha vent'anni, esternando molto il mio pensiero. Ci sono argomentazioni, proprio nel mio primo album [Alberto Fortis, 1979 -ndr], dove in qualche modo mi sono esposto troppo. Ho sempre sentito il diritto dovere e il piacere, anche come ascoltatore, di sentire che la musica è calata nel sociale e che parla per le persone e per la gente, perché la musica non è solo divertimento e svago. Anche l'arte, in generale, è un po' il sintomo dei nostri tempi, ma non sempre l'opinione pubblica è pronta a ricevere certi temi che sono percepiti in anticipo dagli artisti. Io ho sentito molto, esponendomi così, che cosa potesse essere il sentore dell'opinione pubblica. Io dico che la coscienza che ho preso è stata quella di questo parallelismo. Faccio l'esempio nel mio caso: vedo la differenza che c'è quando io parlo nel senso artistico, professionale, e direttamente sul campo, quindi nei miei concerti, o quando invece magari le cose arrivano in maniera molto veloce, ma si sa che la comunicazione oggi è molto veloce e quindi bisogna rendersi conto e adattarsi a questa velocità mediatica che è propria dei nostri tempi.»

Signore, il suo approccio al tema in questione è frutto di un percorso di studio o è dettato dall’istinto e dall’esperienza personale?

«Esattamente i due periodi che dicevamo prima. Quindi, all'inizio, più istintuale, perché poi ho scelto per comunicare un veicolo come la musica. Vi ricordo che per mia formazione, lo dico perché è stato un contrasto, che per me è contato molto, sono un ex Rosmini quindi con un educazione di otto anni di collegio. Poi, nello stesso tempo, è cresciuto , tra virgolette e con la R maiuscola “il tratto del Ribelle”. Quello che ho ricercato è soprattutto nel mio periodo all'estero, vivendo in capitali [culturali] come New York e Los Angeles. Questo è stato molto importante, perché ancora ad oggi mi dà la possibilità di confrontare regole e società diverse, degli stili e comunicazione diversi e quindi di poter dire che la prima parte è stata istintuale e la seconda, naturalmente, si spera un po' più informata e un po' più cosciente di quello che c'è dietro l'angolo.»

Come e che sistemi usa per rilevare la pubblica opinione?

«Beh, personalmente dall'informazione, innanzitutto, soprattutto leggendo, e secondo me, al di là della manipolazione, anche quotidiani e, se possibile, anche quotidiani stranieri. Io insisto sull'efficacia del confronto. Poi, per quanto mi riguarda, nella maniera più veloce e più rapida, sui filtri del mio lavoro e naturalmente confrontando tutto questo con internet, il web, che ormai sta creando questa piattaforma che è irreversibile e che sarà sempre di più, perché questo è il futuro. Quindi, sommando queste cose e facendo una media tra quello che viene personalmente elaborato e il feedback e gli input che posso avere con il pubblico si ha il dato. Per me il contatto con il pubblico è una cosa importante, anche per dei segmenti di età, per segmenti di diverse aree sociali, che si contattano con il mio lavoro, e poi per una volontà di informazione che bisogna sempre avere.»

Il suo metodo personale per creare una opinione pubblica a lei positiva: in che cosa consiste e con quali strumenti?

«Questa è la cosa [ride] che in questo modo stride con me, nel senso che, dopo tutto quello che abbiamo detto, io mi ritengo di far parte però di un territorio e di una professionalità che vive molto sull'istinto, sull'informazione e che vive molto sull'arte. Quindi, se dovessi rispondere solo a questa domanda, va beh, direi più o meno tutte le attenzioni all'aspetto della comunicazione. Naturalmente cerco di fare lavorare con i miei collaboratori, ancora una volta preoccupato che non venga distorto quello che possano essere i miei intendimenti e i miei pensieri. Al di là di tutto, io ho una visione che, e non voglio essere frainteso, non è fatalista, ma che va in maniera quasi spirituale in parallelo con i tempi. È vero che c'è un momento per tutto. Per cui le stesse cose, le stesse azioni, che in alcuni momenti non sortiscono effetti o comprensioni, in altri sì. Quindi, siamo regolati da linee maggiori. Faccio questo esempio: al di là di quello che potrebbe essere l'informazione mediatica, la manipolazione, tutto ciò che fa di un meccanismo l'equazione causa effetto, per cui se si investe, se si spende, se si insiste si ha questo ritorno. Beh, io credo invece che molte volte l'equazione non ritorni. Questo perché? Perché tutti noi esseri umani abbiamo quella componente, fortunatamente, animalesca, nel senso quasi Darwiniano, nel senso della giungla che ci salva nei momenti troppo “telematizzati”. Magari, in qualche modo, poi, decreta delle linee sociali e comportamentali che sono al di là di tutto il quadro scientifico, che oggi è quello più usato, naturalmente. Basta guardare come funzionano la società, le aziende e la politica è tutto assolutamente teso alla previsione e all'ordine. Ogni tanto ci sono, fortunatamente, delle grandi sorprese, perché l'uomo, inteso come essere umano, istintualmente, lo crea, anche se ci sono fasce sociali più coscienti e altre meno di quello che poi succede nella scacchiera delle alte sfere dei famosi signori del mondo. Faccio un sunto della mia attività, dei miei intendimenti nell'artistico-sociale: io faccio sempre una dedica nei miei concerti a quelli eccellenti che grazie al loro coraggio in qualche modo qualche cosa hanno cambiato nella storia. Nella nostra storia. La dedica che io faccio è a persone straordinarie come Kennedy, Gandi, Martin Luther King jr., il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, Pier Paolo Pasolini, ai giudici Falcone e Borsellino e ci metto anche, come esponente dell'arte e della socialità, John Lennon. Infine, questa frase, di un saggio indiano: “Le nostre vite non nascono come merce da mettere sul mercato, ma piuttosto come un fiore che cresce sul ciglio della strada senza chiede niente a nessuno, ma sempre pronto a farsi cogliere da chi lo sa riconoscere”. Ecco, questa frase, secondo me, sintetizza un po' l'ultima mia risposta dicendoci che alla fine, forse fortunatamente, anche noi umani abbiamo un istinto che poi ci fa riconoscere o meno, ci fa creare delle alleanze o meno a seconda del nostro libero arbitrio.»

Signore, grazie.


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