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05/10/2012
GIORGIO PISANO E L'OPINIONE PUBBLICA

Il dottor Giorgio Pisano ha gentilmente rilasciato un'intervista a Francesco Bergamo, direttore responsabile dell’Agenzia Informatore Economico-Sociale.

 Giorgio Pisano, Cagliari 1950. Laureato in Scienze Politiche. Inviato speciale e vicedirettore del quotidiano L'Unione Sarda, ha collaborato per alcuni anni con "Il Messaggero" e con Maurizio Costanzo in un talk show televisivo. Dal 2005 pubblica un'intervista domenicale a tutta pagina a personaggi celebri o assolutamente sconosciuti.

 Dottore, lo scopo di questa intervista è quello di dare agli studiosi della pubblica opinione la possibilità di studiare la materia da una diversa visuale. Le farò otto domande.

Nel corso della sua vita privata e professionale si è mai posto la domanda da cosa sia regolata l'opinione pubblica?

«Facendo il giornalista da oltre quarant'anni, non ho alcun dubbio che i mezzi di comunicazione di massa abbiano la capacità di santificare o uccidere chiunque. Giornali e televisioni possono creare un'aura di sacralità (o comunque di empatia) nel raccontare un leader oppure attenuarne capacità e pregi. L'imprenditore Renato Soru, battezzato dalla stampa "mister Tiscali", disse d'aver ricevuto un consiglio strategico quando ha pensato di scendere in politica: <Mi hanno suggerito che, tanto per cominciare, occorrono tre cose: un'industria, una squadra di calcio e un giornale. Senza una di queste, la battaglia sarà inevitabilmente persa>. Aveva ragione. Solo i media hanno la possibilità di monitorare davvero gli umori dell'opinione pubblica, accenderla di tensione (per esempio alla vigilia di importanti incontri di calcio), commuoverla, convincerla di vivere nel migliore dei mondi possibile».

Quando, per la prima volta, ha preso coscienza dell'esistenza dell'opinione pubblica?

«Non appena ho cominciato, all'inizio degli anni '70, il lavoro di cronista. Fino a un minuto prima non ero altro che un uomo-massa, come lo definirebbe Ernst Toller. Sufficientemente colto, dotato di spirito critico e di una buona dose di diffidenza eppure ipersensibile ai discorsi e alle indicazioni delle grandi firme che leggevo. Appena entrato nel mondo del giornalismo, ho verificato sulla mia pelle che un banale articoletto sui problemi di un quartiere poteva suscitare reazioni imponenti e mirate: comunicati stampa di replica, lettere al giornale (anonime e non solo), telefonate a pioggia per parlare in diretta con un cronista da insultare o elogiare. Comparando questa piccola verifica sul campo a questioni più ampie (Consiglio Comunale prima, Regionale poi) ho scoperto un pianeta pronto a reagire davanti alla minima sollecitazione. Un pianeta qualitativamente diverso da quello che si occupava di problemi di quartiere, ovvero un'opinione pubblica differente. Non necessariamente più qualificata ma certamente più informata sulle procedure giornalistiche e sulla possibilità di utilizzarle a proprio vantaggio, a prescindere dalla correttezza e dall'onestà professionale del cronista».

Il suo approccio al tema in questione è frutto di studio oppure è dettato dall'istinto e dall'esperienza personale?

«Soltanto dopo, cioè man mano che penetravo nei segreti del mestiere di giornalista, gli studi universitari si sono rivelati utili. Ho finalmente capito che senso aveva "Psicologia delle masse" di Le Bon, i testi dell'antropologo Alberto Cirese su classi dominanti e classi subalterne, le riflessioni di Hopper sulla modernità e quelle della scuola californiana di Sociologia. L'istinto mi ha fatto scoprire l'opinione pubblica, mi ha fatto capire in che modo stimolarla, renderla partecipe, fare il modo che ritenesse il giornale (il mio giornale) un punto di riferimento fondamentale, l'ultima spiaggia, il mezzo migliore per rivolgersi in fretta e concretamente agli inquilini del Palazzo».

Che metodi usa per rilevare la pubblica opinione.

«L'ufficio-diffusione del giornale è in grado di dirmi se un certo articolo ha fatto vendere anche una sola copia in più. Il costante monitoraggio della regione - abbiamo una rete di circa cento corrispondenti nei 306 Comuni della Sardegna - mi consente di verificare prima di tutto in edicola il gradimento (o lo sgradimento) verso certe notizie. Se poi la pubblicazione di un articolo suscita reazioni varie (lettere, telefonate etc) diventa abbastanza semplice capire cosa vuole l'opinione pubblica, come si sta orientando, a quali conclusioni sta arrivando. A questo punto il giornale ha davanti a sé due strade: se condivide, accompagna queste prese di posizione dandogli ampio spazio pur evitando di esprimere un giudizio aperto di sostegno; in caso contrario, attiva una serie di contro-opinioni che arricchiscano il dibattito e offrano prospettive nuove e diverse rispetto a quelle precedenti. Se necessario, ma soltanto se è davvero necessario, prende posizione con un editoriale o un corsivo».

Il suo metodo personale per creare un'opinione pubblica a lei favorevole: in cosa consiste e di quali strumenti si avvale.

«Credo che il narcisismo sia una malattia infantile del giornalismo, e per questo tento di difendermi. Tengo conto esclusivamente dei complimenti insospettabili (quelli di uno sconosciuto, del fornaio o dell'impiegato postale), mai di quelli che arrivano da fonti in qualche misura interessate: colleghi, politici, sindacalisti, artisti. Il mio metodo (meglio: quello che mi ha insegnanto il mio maestro) non punta a creare una corrente di simpatia nei miei confronti ma guarda sul lungo periodo per dare credibilità e affidabilità alla firma. L'autorevolezza, almeno nel raggio d'azione di un giornale regionale come L'Unione Sarda, arriva in tempi piuttosto lunghi e dopo una presenza effettiva e permanente sulle colonne del quotidiano. <Un giornalista che non firma è un giornalista che non esiste>, diceva il mio maestro. Questo non significa che nella mia vita professionale abbia avuto la tentazione di siglare pure le "brevi", tuttavia ho cercato d'essere sempre presente nelle vicende d'attualità, evitando - nei limiti del possibile - querele e sviste grossolane. Applicando i sacri principi della professione, non risparmiando critiche anche durissime al Potere comunque inteso, pubblicando per intero risposte e dichiarazioni che non mi piacevano, credo d'aver scoperto che si possa fare il giornalista senza essere comprati e venduti come carne da cannone. Se il senso profondo di questo mestiere è testimoniare, ritengo sia possibile farlo in maniera trasparende ed onesta».

Trova differenza tra la formazione dell'opinione pubblica in Italia e all'estero?

«Trovo differenti le metodologie dei media e, di conseguenza, il controllo dell'opinione pubblica. La cultura cattolica, alla quale apparteniamo, condiziona certamente il nostro modo di essere e di sentire, a prescindere dai punti di vista (laico o confessionale che sia). I giornali dell'area protestante hanno - rispetto ai nostri - costumi più severi, un'attenzione maggiore alla credibilità di ciò che si scrive, alla completezza dell'informazione. Non parlo ovviamente di certi tabloid (che spesso sono informazione-spazzatura) ma di testate che esercitano un controllo diretto nella selezione di chi scrive e, soprattutto, di cosa scrive. Il recente scandalo dei giornali del gruppo Murdoch (con intercettazioni e ricatti, intrusione nella vita privata dei protagonisti di cronaca, registrazione di telefonate tra politici, attori etc) dimostra che tutto il mondo è paese. E che dunque le maggiori testate italiane possono essere considerate mediamente serie e attendibili».

Influenza di più il giornale, la televisione, la radio, internet o le relazioni e le amicizie con il passaparola?

«Credo che tutto dipenda dalla fascia d'età del lettore. I social network e la cosiddetta "informazione condivisa" praticata in alcuni siti offrono concrete alternative di mercato alla carta stampata. Che continua sempre più a perdere copie e ad attestarsi verso un lettore medio che non è mai giovanissimo. Tra i medium più pericolosi, se così posso dire, la televisione ha un ruolo primario poiché ha la capacità (di grado inferiore in radio e su giornali) di far passare messaggi in via subliminale. Il bombardamento pubblicitario che poi ci porta in un market a comprare quel prodotto e solo quel prodotto perché lo abbiamo visto in uno spot tivù è la riprova di questo pesante condizionamento.Sbagliato comunque parlare di morte dei giornali, più preciso prendere atto che la carta stampata occupa sempre più un settore di nicchia. I nuovi media sono irimediabilmente il futuro».

Nei Paesi democratrici il governo influenza l'opinione pubblica?

«Non conosco Paese dove non accada. Cambiano metodi e sistemi a seconda delle differenze civili e culturali ma orientare l'opinione pubblica è un compito primario di qualunque governo. I giornali sono un tramite eccellente anche quando rappresentano un'opposizione manifesta: basti ricordare a questo proposito che secondo molti opinionisti la guerra scatenata da "Repubblica" contro Silvio Berlusconi ha ottenuto l'effetto contrario. Resta poi il fatto che, influenze dei governi a parte, in una democrazia i giornali rappresentano (ammesso che possano e che lo vogliano) una voce libera. In Italia l'esempio-simbolo è quello del quotidiano "Il Fatto", che non riceve contributi pubblici e, forte di questa autonomia, esprime giudizi critici a 360 gradi».

Dottore, grazie.

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