Anno 52 N112
Venezia, 30 giugno 2014
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30/06/2014
L'ALIANTE, QUESTO SCONOSCIUTO

L'aliante è un aereo che vola senza motore. Si sente solo il rumore del vento. Si è a contatto con la natura. L'uomo, di fatto, mette a frutto tutte le sue potenzialità e i suoi sensi per governarlo. Pochi sanno che l'aliante è un aereo che nella sua semplicità raggiunge la perfezione. Molti, invece, sono convinti che sia pure difficile conseguirne il brevetto di volo a vela, ma non è così.

L'aliante ha una storia veramente bella, perché è frutto dell'intelligenza dell'uomo e dalla costrizione del caso. Un caro amico mi ha invitato a Padova all'aeroporto Gino Allegri, dove ha sede il Gruppo Volovelistico Patavino, per vedere di persona cosa voglia dire volare su un aliante. L'ambiente è affascinante. Un piccolo ristorantino, Gino's, accoglie gli ospiti e gli appassionati. Ambiente tranquillo, non si sentono rumori di troppi aerei che volano, perché è un aeroporto secondario, ma da qui durante la Prima Guerra mondiale partivano per combattere gli austriaci. Varcato il cancello, con addosso la pettorina ad alta visibilità, si entra nel magico regno degli alianti patavini.

Sono tutti allineati, belli, lucenti, che si stagliano sull'erba curata. Sembrano degli enormi gabbiani. Eleganti, affusolati, muti. Hanno una apertura alare che va dai 15 ai 18 m per i monoposto e dai 18 ai 25 m per i biposto. Sono adagiati con grazia, sembrano guardarti. Sono leggeri perché pesano tra i 250 e i 450 kg. Il monoposto pesa dunque quanto tre frigoriferi da cucina. Il loro colore bianco, eccetto la punta e la parte finale della coda, è dovuto al fatto che sono in vetroresina oppure in fibra di carbonio. Il bianco riflette la luce dei raggi solari e dunque si cuociono meno e la loro struttura dura di più. Sembrano fragili ma sono estremamente sicuri.

L'amico Alessandro Fanchin mi spiega con passione, e non potrebbe essere altrimenti, che gli alianti hanno visto il loro sviluppo in Germania tra le due Grandi Guerre. L'uomo di fatto si è ingegnato per volare perché in quel periodo nel paese teutonico non si potevano costruire aerei a motore. È una storia bellissima, pur nella sua drammaticità dovuta ai divieti di allora. I pionieri tedeschi volavano senza uno strumento essenziale: il variometro. Questo piccolo congegno è quello che permette di capire se si sta salendo o scendendo perché spinti dalle correnti termiche. Fanchin mi dice che la sua passione è nata con la lettura di un libro che suo padre gli regalò: “Il primo e l'ultimo” (Die Ersten und die Letzten) di Adolf Galland .

L'aliante oggi viene usato per divertimento, ma nella Seconda Guerra Mondiale, durante l'Operazione Quercia, il Duce fu liberato dalla sua prigionia in un rifugio del Gran Sasso proprio da un commando di tedeschi della 2.Fallschirmjagerdivision che usarono gli alianti DFS230 per arrivare in cima alla montagna. Erano più capienti, ma lo scopo era quello di non farsi sentire. Durante quel periodo e anche precedentemente gli alianti erano rivestiti di tela. Cose d'altri tempi.

Mentre passeggiavamo verso la pagoda situata a bordo della pista erbosa, l'erba permette agli alianti che decollano e atterrano di non consumarsi tanto quanto sul cemento, vedo un vecchio aereo traino risalente alla Guerra di Korea. È uno Stinton L5 Sentinel originale del 1946. E' un aeromobile adatto al traino, in quanto è piccolo e con un motore potente. Arrivo sotto la tenda e faccio conoscenza di alcuni dei 35 soci del club. Ci sono giovani dall'aria sveglia e dinamica. I loro sguardi sono fieri e determinati. Tutti iniziano a spiegarmi che si può volare in massima sicurezza. Per volare basta che ci sia il sole, le correnti dei venti montani, oppure la combinazione delle due cose o anche il volo d'onda. Il brevetto si può conseguire dai sedici anni in poi. Una visita medica, 100 ore di lezione teorica, 40 missioni di volo e 13 ore di volo minime concludono la formazione.

La radio gracchia e la mia attenzione viene subito catturata da un certo movimento all'inizio della pista: l'aereo traino sta prendendo posizione. Un socio del club aggancia la corda di 40 metri al vecchio Stinton e al muso dell'aliante. Il pilota chiude la calottina e fa cenno di levare la ruota posteriore, perché ci si alza e si atterra con la sola ruota retrattile posta sotto la fusoliera. Lo Stinton aumenta il numero dei giri. Il pilota fa cenno di Ok con il pollice, come nei film, e inizia la corsa di 400 metri per il decollo. Ecco, questo è l'unico momento che si possa definire in un certo senso moderno e frenetico. Poi, dopo lo sgancio, che avviene a 700 m di altezza, salvo diversi accordi, regna la pace della natura vera. Tutti sono muti e guardano l'aliante che inizia il suo magico volo.

Dopo pochi minuti è il mio turno. Gentilmente mi accompagnano verso l'aliante biposto. Luca Libralon è il pilota che mi accompagnerà nel volo a vela. È un nazionale e ha alle spalle 2.000 ore di volo. Un asso, dunque. Mi spiegano poche e semplici cose: come si usa il paracadute, obbligatorio per legge, e come devo comportarmi in volo. Nozioni semplici, ma che dimostrano l'assoluta serietà con la quale viene esercitato il volo. Mi avvicino al veivolo. Lo guardo. Sembra chiamarmi con lo sguardo timido di una bella donna. È invitante. Indosso il paracadute, che trovo molto leggero e che si adatta bene alla mia schiena. Mi siedo nell'abitacolo spartano. Sale il pilota nel posto dietro. Chiudiamo la calotta. Il socio fuori aggancia la corda. Libralon dà il via. Parto con uno scossone. La velocità aumenta. Vedo scorrere l'erba sotto di me. All'improvviso l'aliante si alza prima dello Stinton. È normale, funziona così. Si sale sempre di più ma non si sente quella fastidiosa sensazione di pressione che si prova negli aerei di linea al decollo. Poi avviene la magia: si sgancia la corda e si inizia a volare senza motore. Il volo a vela è romantico. Sento il rumore del vento e qualche debole sussulto dovuto alle correnti. È un volo dolce. Luca mi spiega che si può volare per ore, basta solo cercare la corrente d'aria giusta. Si sale e si scende continuamente. Uno dei sistemi che i piloti usano per trovare la spinta per salire è quello di vedere dove ci sono le rondini. In quel punto si sale. Incredibile. La cabina non è pressurizzata ma l'aliante può salire fino a quando il pilota è in grado di respirare. Il nazionale inizia con delle evoluzioni di volo fatte a spirale, planate e cabrate. Le rondini volano attorno a noi. Non hanno paura. Anche due bellissimi falchetti ci accompagnano a fianco. Padova è sotto con tutta la sua opulenza, i suoi problemi e il suo caos.

Il volo a vela permette di avere una efficienza di planata di 50 km per ogni mille metri di dislivello in perdita. Gli aerei normali, quando il motore li pianta, arrivano tra i 7 e i 10 km. Continuiamo a salire di 3 metri al secondo, con una velocità di crociera di 100 km l'ora. Si può volare anche 12 ore consecutive. Farsi portare in quota dallo Stinton costa 50 euro: uno smacco per chi pensa che il volo a vela sia uno sport per soli ricchi. 50 euro per ore ed ore di volo sono un prezzo irrisorio.

Ora il variometro mi indica che stiamo perdendo un po' quota. Inizia la discesa dolce e romantica verso un appuntamento in volo con il presidente del Gruppo Volovelistico Patavino Pierluigi Capuzzo. Vedo il Presidente che ci aspetta 200 metri sotto. L'aliante presidenziale volteggia lento, maestoso, sicuro della sua bellezza. Si sente solo il rumore del vento e il bacio del sole. Tutti i miei pensieri quotidiani sono svaniti nel nulla. È una terapia anti stress davvero efficace. Sono vicinissimo al Presidente e ci mettiamo in coda. Giriamo un po' in quello che si può considerare un ballo silenzioso in aria, quasi fosse un film muto in bianco e nero degli anni Venti. Poi ci salutiamo e il pilota con perizia inizia la manovra di avvicinamento alla pista di atterraggio. Scambio di battute con la torre di controllo e si torna a terra. La pista è sempre più vicina. Il grande gabbiano sta per toccare l'erba. Il tempo e la velocità svaniscono, perché si è ancora nella magia del volo a vela. Due piccoli scossoni e mi sembra di poter toccare l'erba con le mani. Una corsa di qualche centinaio di metri mi riporta alla realtà frenetica del mondo moderno.

Scendo, ringrazio il pilota. Mi giro e penso che solo pochi secondi prima mi trovavo in un altro mondo. Questo mi rende ancora più curioso e aspetto alla pagoda il Presidente: voglio capire alcune cose su questo strano modo di volare. Inizio a farmi l'idea che il volo a vela sia come una partita a scacchi giocata in quota da cavalieri di altri tempi contro la natura: il pilota cerca di vincere stando il più a lungo possibile in volo.

Il presidente Capuzzo è un uomo di mezza età dai modi pacati e calma da vendere. Lui di terapia anti stress con il volo a vela deve averne fatta molta. Mi saluta e mi invita nella sede fisica del gruppo che rappresenta. Una sala spaziosa, carte geografiche con le rotte di volo alle pareti, foto e targhe creano il giusto ambiente. Adesso voglio capire perché il volo a vela in Italia è poco conosciuto.

Presidente, il volo a vela in aliante è uno sport da ricchi?

«Per carità, sfatiamo questa diceria. Il volo a vela non è poi così caro come si pensa. La spesa più importante è il conseguimento del brevetto, che si aggira sui 3.500 euro tra teoria e voli. La licenza permette di volare in tutta Europa, basta sapere un po' l'inglese».

Tutto qui?

«No, poi c'è la retta annuale per l'uso degli alianti: 1.300 euro. Possono sembrare molti, ma a parte il brevetto, non sono né più né meno che il costo di una settima bianca in montagna. Solo che noi voliamo tutto l'anno. Una persona che fuma un pacchetto di sigarette al giorno spende in un anno 1.825 euro. Come vede non è eccessivamente costoso come dicono».

Ma in Italia quanti sono gli amanti del volo a vela?

«Troppo pochi, purtroppo. Sono circa 2.000 soci contro i 20.000 della Francia o della Germania».

Il motivo è per il costo di acquisto di un aliante?

«No, non serve comperarlo, ma se uno volesse può averne uno di usato con 20.000 euro. Il vero motivo è che lo Stato non ha mai favorito questo settore, perché il volo privato è sempre stato considerato di lusso, che in realtà non è».

Allora perché?

«E' il fatto che il volo a vela è poco conosciuto e questo crea una certa diffidenza».

Presidente, che caratteristiche deve avere chi esercita il volo a vela?

«Essere amante della natura e avere l'avversione per la frenesia. Il volo a vela è formativo per il carattere: si lotta per rimanere in aria il più possibile. E poi i piloti di questa specialità hanno tutti la caratteristica di non essere paurosi».

Come ci si avvicina al volo a vela e perché è importante questo tipo di volo?

«Per noi che lo pratichiamo ci dà moltissimo, perché volare senza il motore è una cosa molto particolare. Chi prova si rende conto di che cosa significhi salire senza il motore, cioè sfruttando solo l'energia della natura. Guardi che negli stati esteri il volo a vela viene considerato uno sport, tanto che doveva entrare tra gli sport olimpici. Ma poi non se ne fece nulla perché sarebbe stato difficile far vedere una gara di volo a vela».

Chi ha paura del volo può avvicinarsi al volo a vela?

«Dovrebbe provarlo prima di gettare la spugna definitivamente. Guardi, chi non sopporta il volo a motore può provare a vincere la paura con il volo a vela, che tra l'altro è estremamente sicuro. È l'impatto psicologico che cambia, perché sapere come funziona la dinamica del volo, significa anche controllare meglio la paura. Insomma, può aiutare».

Presidente, corre voce che i piloti degli alianti siano piloti di serie B. Che cosa ne pensa?

«Accidenti, questa è bella! Sono due cose diverse. Diciamo che il pilota di aliante sfrutta meglio anche le sue qualità personali di sensibilità. Mi sento di dire che certe capacità tecniche che ha il pilota di volo a vela, il pilota di volo a motore non le ha. Insomma, sa sfruttare meglio tutte le possibilità che offre la natura».

Come viene inquadrato il volo a vela in Italia?

«Rientra nel volo della così detta aviazione generale, dunque aviazione privata inquadrata all'interno delle regole. Gli ultraleggeri sono fuori da queste regole, ad esempio».

Esiste la possibilità di creare delle strutture ricettive per fare un certo tipo di turismo?

«Avviene già nei siti più importanti. Però non è per tutti, soprattutto perché i piloti che lo fanno sono veramente molto bravi. Perché stabilire un certo percorso e coprirlo con il volo a vela ci sono troppe variabili e dunque la tabella di volo non sempre si riesce a rispettare, mentre con il volo a motore sì».

Ringrazio il Presidente e nel frattempo sento lo Stinton che decolla portando per “mano”un altro aliante. Simone Bonini, ad esempio, è un ragazzo fiorentino caro amico di Fanchin e mio conoscente. Simone non è socio ma spinto dalla curiosità ha voluto fare un mini corso di due giorni di avvicinamento al volo a vela: l'ha trovato bello perché silenzioso e perché sfrutta la natura per risalire. Questa è una ulteriore conferma che non è semplicemente una mia impressione dovuta al momento, ma una opinione diffusa tra chi ha provato il volo a vela. Insomma, è quella che alle elementari di chiamava la prova del nove!

Ormai è tardi e devo purtroppo andarmene. Fanchin mi accompagna verso l'uscita e si congeda ricordandomi che il volo a vela è un ottimo sistema anti stress perché dà pura adrenalina cerebrale. In effetti devo dire che per le ore che sono stato nel rettangolo magico degli alianti mi sono dimenticato di tutto il resto. Ha ragione il filosofo tedesco Hans Magnus Henzensberger: uno dei bisogni che l'uomo moderno deve difendere è la tranquillità. Chissà se il bravo filosofo pratica anche lui il volo a vela?