Anno 51 N198
Venezia, 17 dicembre 2013
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17/12/2013
LE NUOVE TENDENZE DELLA COMUNICAZIONE

 

Sintesi dell'intervento del decano demodoxaloghi al convegno dei sociologi del 16 dicembre 2013 su "Le nuove tendenze della comunicazione":

 

Quando quel diavolaccio sotto forma di serpente convinse Eva a mangiare il frutto del peccato verosimilmente usò tutta l'arte della comunicazione nell'illustrare i pregi del frutto: diverrai più bella, più intelligente …. Ben diverso fu invece il "Fiat" di Domeneddio che con una semplice indicazione generò, per dirla alla Benigni, il Creato e tutte le altre cose. La differenza tra comunicazione e informazione è tutta qui: la comunicazione è un abbellimento    destinato a convincere: il consumatore, l'elettore, l'altro sesso (il prodotto è superiore agli altri in commercio, più a buon mercato, più innovativo; il candidato risponde ai requisiti espressi dal cittadino; gli ormoni che sovrintendono il desiderio d'amore sono infrenabili). L'informazione è l'ammonimento dato al figlio discolo, allo studente, all'autista (se non la smetti di giocare con la play station te la levo, se non studi sarai bocciato, se attraversi con il semaforo rosso ti multo).

 

La comunicazione coinvolge tutti i sensi: le immagini di belle donne e i luoghi da favola che ti consigliano il prodotto adatto; l'emblema del partito e la faccia del leader che ti ricordano la loro presenza; il taglio di capelli o la protesi di silicone per aumentare il fascino. L'offerta di una sigaretta, di una cena, di uno sballo in discoteca completano il quadro, peraltro non esaustivo, della comunicazione. A tale proposito ricordo gli indumenti adatti per le circostanze. La comunicazione è la pillolina magica che indora le notizie cattive: ti leviamo l'imu sulla casa ma ti mettiamo la tarsi, come a dire: l'operazione è riuscita ma l'ammalato è morto. La comunicazione è un messaggio accattivante che, in effetti, nasconde un retro pensiero: l'interesse dell'emittente. Storici sono i proclami di Napoleone Bonaparte quando invase l'Italia (1859):

 

 Al popolo italiano: "Popoli d'Italia! L'esercito Francese viene a rompere le vostre catene: il popolo francese è l'amico di tutti i popoli. Noi non ce l'abbiamo che con i tiranni che vi inschiaviscono".

 

Ai soldati francesi: "Siete affamati e seminudi … Io vi porterò nella pianura più fertile del mondo. Troverete grandi città, ricche province, onori, gloria, donne, vino e fortuna".

 

Se sinora le cose sono andate così con l'avvento del digitale la situazione è peggiorata e vi hanno contribuito due fattori: l'uso di massa degli strumenti del comunicare e la rapidità tecnologica.

 

Per secoli l'arte della comunicazione è stata un privilegio riservato a specifiche classi sociali: i sacerdoti,  gli intellettuali, i professori e gli scienziati. Nel Medioevo vi era il linguaggio colto in latino, con il quale si scrivevano i testi e gli atti notarili, e quello popolare; i colti predicatori scolpivano i messaggi nella mente del popolo uditore accompagnandoli con le immagini dei santi, dei diavoli e delle storie della chiesa con i dipinti, le vetrate e le sculture presenti nelle chiese. Sino allo scorso secolo vi sono stati personaggi che della parola ne facevano un culto e che la spalmavano nel tempo riservando al pubblico spazi per la meditazione, la rivisitazione, l'approfondimento: "Un bello ed orribile mostro si sferra, corre …." (Giosuè Carducci, premio Nobel docente di eloquenza all'università di Bologna). "La donzelletta vien dalla campagna …."  (Giacomo Leopardi). In proposito
ricordiamo  che Giovanni Pascoli subentrò a Bologna nella cattedra di Carducci. Messaggi che colpivano la fantasia e i sentimenti del ricevente senza  chiedere nulla in cambio, anche nelle comunicazioni della Chiesa in quanto promettevano ricompense ultraterrene. La comunicazione era l'eloquenza che sprigionava nelle ragazze il sogno del principe azzurro. Poi l'eloquenza fu fatta propria dai politici e dai dittatori e si trasformò in "comunicazione interessata", oggi siamo nella "nuova comunicazione" o fregatura.

 

Infatti dov'è l'alta poesia capace di emozionare e coinvolgere l'uditore? Viviamo in un periodo ove tutto è scarso, dall'economia all'espressione verbale e scritta. I messaggini digitali sono sintesi di poche righe, le profferte d'amore hanno eliminato i preliminari, la tv ha ucciso la conversazione che avveniva in famiglia, la velocità e pervasività del progresso tecnologico hanno fatto il resto. Una enorme massa di utenti impreparati, in quanto sottoacculturati, si è riversata sulla rete telematica  coniando un nuovo linguaggio, fatto di ke (che),  x (per), cmq (comunque), scapoccia (sbircia), # , pfff, stelle, cuoricini e via dicendo, accompagnato da frasi non finite o da criptografare.

 

Da una parte siamo tornati alla dotta comunicazione (che vuole raggiungere uno scopo: politico o commerciale) dall'altra al linguaggio popolare (schietto e stringato).

 

Papa Francesco, ricalcando il Medioevo, adegua la nuova comunicazione (colta) al livello di informazione popolare (quella che più gli si addice in quanto ricalca il linguaggio di san Francesco che parlava agli umili, agli analfabeti e agli animali). La comunicazione di moda è quella destinata a suscitare simpatie e adesioni. Il trend è quello di affidarsi sempre più ad immagini e fonemi, fin dai tempi di  Pasolini, Fellini, sino al Toscani dei nostri giorni. Un linguaggio espressivo comportamentale e verbale, portato avanti dagli utenti dei messaggini, che ci avvicina alla scala zoologica più alta o addomesticata: urp, asl, tar, imu, uff, sgr, gnao, bao, finchè verrà il giorno che, come nelle favole, comunicheremo come e con i cani e i gatti (discorsi tra animali!).              

La comunicazione si è suicidata ritornando al Medioevo: da una parte il linguaggio colto basato sulla scrittura, dall'altra il linguaggio popolare accompagnato necessariamente da visioni televisive o fotografiche. Giulio d'Orazio

 

17/12/2013
DIOCESI VENEZIA E CARIVE INSIEME PER IL MICROCREDITO

“Esprimo al Patriarca di Venezia e al Presidente della Cassa di Risparmio di Venezia il mio apprezzamento per aver rinnovato un accordo attraverso il quale la Caritas diocesana potrà continuare a erogare finanziamenti agevolati a quelle famiglie che, non avendo garanzie da offrire, non possono beneficiare di credito presso banche e altri istituti. Si tratta di un servizio di straordinaria importanza e utilità, in presenza di una recessione che, nonostante i proclami dei governanti romani, non accenna ad allentare la morsa, e colpisce pesantemente le fasce più deboli”.

Ha parole di stima il presidente della Regione del Veneto, Luca Zaia, per l’iniziativa del ‘Microcredito San Matteo’, la cui operatività è stata rinnovata ieri dal Patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, e dal Presidente della Cassa di Risparmio di Venezia, Giovanni Sammartini.

“La stretta del credito, oltre alle famiglie, sta mettendo in ginocchio anche molte piccole imprese – ha aggiunto Zaia – e non dovendo in alcun modo sottovalutare l’enorme danno economico e occupazionale che deriva dalle difficoltà che queste aziende, spesso familiari, stanno patendo, la nostra Regione, attraverso Veneto Sviluppo, ha a sua volta attivato linee di microcredito, di mitigazione del credit crunch e di garanzie per consentire alle piccole e medie imprese di affrontare la crisi peggiore dal dopoguerra a oggi”.